Vi voglio portare nel mondo della Formula 1 di 10-15 anni fa quando, sulla base di un regolamento tecnico ben determinato, i team erano liberi di sviluppare la vettura in tutti i suoi particolari.

Erano anni in cui i test erano liberi, la creatività era una dote dei tecnici, piloti e meccanici per poter garantire lo sviluppo prestazionale della vettura. In quegli anni si facevano circa 18 GP all’anno e per poter vincere un campionato del mondo bisognava sì avere una vettura già competitiva fin dal primo GP, ma anche uno sviluppo continuo della stessa in modo, per esempio, di garantire che la vettura dell’ultimo GP di quell’anno fosse almeno di 1.5 secondi più veloce di quella di inizio anno.

Questo voleva dire che praticamente ogni GP il team doveva portare una vettura nuova, più veloce rispetto al GP precedente. L’intervallo tra due GP è di circa 2/3 settimane, in questo intervallo bisognava ideare-disegnare-produrre e testare nuove soluzioni che permettessero di aumentare la prestazione della vettura. Capite che il cambiamento per noi addetti ai lavori era una costante, il cambiamento ci permetteva di vincere il mondiale piloti e costruttori. A questo sviluppo continuo si doveva poi assommare uno sviluppo di emergenza che doveva risolvere eventuali problemi sia di prestazione che di affidabilità avuti al GP precedente. Anche in questo caso si doveva ideare-disegnare-produrre pezzi nuovi per rimediare ai problemi avuti.

Il cambiamento nel cambiamento

Nella scienza il cambiamento sta nella derivata seconda (accelerazione) e nella grande maggioranza delle aziende che ho conosciuto al di fuori dalla F1 non sono neanche nella velocità. Il cambiamento vuol dire evoluzione, uscire dai soliti schemi, avere una mente aperta per l’arte, è creatività, è performance, oserei dire che è gioia. Nelle aziende è difficile attuare cambiamenti perché è innaturale proprio per come si sono evolute nel tempo. Cerchiamo di andare più in dettaglio. Il cervello per produrre una mente conscia ha dovuto introdurre la funzione tempo. Senza di questo non potremmo pensare, il pensiero è sempre legato o al passato oppure al futuro, mai al presente. Ogni nostro pensiero è una proiezione nel nostro passato che potrebbe poi passare ad essere una proiezione nel futuro. Il nostro conosciuto è nel passato e se continuiamo a proiettarci tra passato e futuro non facciamo altro che essere la fotocopia di noi stessi nel tempo.Dobbiamo anche aggiungere che quando viviamo un qualcosa nel presente e ci proiettiamo col pensiero nel passato, è come se andassimo a percepire quello che in quel momento facciamo con gli occhi del passato, introducendo il giudizio, se poi la proiezione riguarda un evento negativo potremmo anche introdurre il senso di colpa. Quando invece proiettiamo nel futuro introduciamo un’altra emozione forte, la paura. Quest’ultima è la proiezione nel futuro di qualcosa che potrebbe capitare ma che in realtà nel momento presente non sta capitando.

Ora ditemi come è possibile cambiare, o addirittura essere costante cambiamento, quando si mettono le persone nel pensiero, nel tempo. Queste vengono ad essere assalite dai tre nemici più grandi: paura – giudizio – senso di colpa. Facciamo questa riflessione: che differenza c’è tra pericolo e paura ? Il pericolo è un fatto oggettivo, è reale ed accade sempre nel momento presente. La paura è una proiezione del pensiero nel futuro e quindi è un’illusione della mente. Quando siamo nel pericolo fisico, la nostra parte del cervello che chiamiamo inconscio, attraverso alcune ghiandole, prende il comando delle azioni e ci permette di agire inconsciamente. Per fortuna, perché quando siamo nell’inconscio siamo nell’infinito, nel non limite che ci permette eventualmente di scampare al pericolo. Quando invece attiviamo la paura, attraverso il pensiero, siamo nel limite ovvero nel controllo e tutto questo ci porta molte volte a non agire. Nel presente c’è sempre azione, nel pensiero c’è non azione. Il presente è un’assenza di pensiero, si è nel fare, nell’agire e quindi si è con il pensiero spento. Se nel futuro c’è la paura nel presente c’è il coraggio, per cambiare bisogna avere coraggio. Ora torniamo a noi, al concetto di cambiamento. Capiamo che se vogliamo spingerci o spingere persone al cambiamento bisogna metterci o metterle nel presente. Bisogna attivare il coraggio, bisogna connetterci con l’infinito (chiamatelo come volete; sorgente oppure intelligenza universale oppure campo quantistico …). Solo così poi possiamo attivare la creatività, vedere ciò che non esiste ancora, avere la visione, riuscire a prendere decisioni.

Cosa succede nella realtà aziendale ? Le persone vengono tutte forzatamente messe nel tempo, negli obiettivi e come tale nel pensiero e quindi nel giudizio e nella paura. Non c’è speranza per poter aver un cambiamento, le persone reagiranno e cominceranno a vivere emozioni negative con la conseguenza di perdere sempre più confidenza in se stessi e dell’ambiente esterno.Un altro fattore che entra in gioco nel cambiamento è certamente l’utilizzo delle emozioni. Non può esserci cambiamento se non c’è un coinvolgimento emotivo. La maggior parte dei capi è efficace nel guidare le persone? Molti manager sono promossi per le loro capacità tecniche e di business senza che però vengano efficacemente valutate le competenze “soft”al cuore della leadership. Coinvolgere le persone in un processo di cambiamento, risolvere i problemi in modo proattivo, costruire un ambiente performante e collaborativo…tutte tematiche che richiedono competenze emozionali.Le emozioni sono informazioni che ci vengono donate, senza spendere soldi, dal nostro cervello attraverso il nostro corpo, sono molecole, sono quelle che si chiamano leganti chimici che hanno il compito di far comunicare i sistemi del nostro corpo. Sono informazioni che associate a quelle del pensiero ci permettono di agire. Qualsiasi nostra azione è il frutto di utilizzo sinergico e simultaneo di pensieri ed emozioni.

Il cambiamento è certamente un’azione e come tale perché possa essere realizzato ha bisogno delle informazioni che vengono dalle emozioni. Il cambiamento molte volte genera ansia in quanto si esce dal conosciuto per andare verso lo sconosciuto, il pensiero proiettato nel futuro, e questa certamente ostacola qualsiasi processo di trasformazione. Solo attraverso una comunicazione emozionale possiamo creare squadra e possiamo accettare cambiamenti trascinando il cambiamento. Le emozioni possono essere positive (amore, felicità, gioia etc) o negative (paura,ansia, frustrazione etc). Per poter garantire un processo di cambiamento bisogna navigare le emozioni così come fa una barca a vela che utilizza sia vento positivo a favore che vento contrario, andando di bolina, per raggiungere la destinazione. Navigare le emozioni significa utilizzare quelle positive e trasformare in positive quelle negative accettando e poi adattandosi alla nuova realtà. Per un leader, per un coach, per un genitore ed in generale per chi è parte di una squadra è fondamentale saper navigare le emozioni, così facendo si utilizza tutta l’energia che le emozioni stesse generano e non ci si ferma davanti ad ostacoli. La motivazione, che naturalmente sfocia in passione quando abbiamo un obiettivo che soddisfa i nostri valori, è carburante naturale per qualsiasi azione e quindi per qualsiasi cambiamento. La motivazione e la passione sono emozioni e come tale possono essere contagiose, ecco la sorgente di energia per chi deve essere l’artefice del cambiamento.

L’ottimismo non è solo il profumo della vita ma è anche un’emozione che esprime la capacità di trovare soluzioni alternative di fronte gli ostacoli. Come pensiamo di cambiare o essere artefici del cambiamento se non siamo ottimisti ? Attraverso il contagio dell’ottimismo creiamo le condizioni di accelerazione e non di frenatura. Torniamo all’esempio della Formula 1, per poter garantire un costante cambiamento, nonché un cambiamento nel cambiamento, le persone dovevano comunicare emozionalmente generando quella energia che potesse distogliere il focus su quello che era conosciuto per indirizzarlo verso ciò che era sconosciuto, per poter uscire dalla zona di comfort che in realtà per questo mondo era una vera e propria zona di non comfort.